Intervista a Antonio Adamo – 1a Parte

Antonio, partiamo dai tuoi esordi. Mi parli dei tuoi primi format ‘glamour’ per le tv locali?
I primi progetti erano esplicitamente di moda: c’era ‘Trend’, un progetto che ancora oggi mi porto dietro, ‘Top Model’, ‘Privilege’…poi venne fuori questo ‘Erotica’, un format televisivo in 10 puntate distribuito all’epoca da Telearco, un prodotto assolutamente artigianale. Per fare la sigla di ‘Trend’ le modelle, tra cui Eva Henger, me le procurava Gianfranco Romagnoli che dopo la caduta del muro dell’Unione Sovietica si era trasferito a Budapest con Riccardo Schicchi. Romagnoli procurava i cast e faceva da direttore di produzione e location manager, tramite lui mi procuravo queste modelle che venivano qua a Napoli per girare ‘Erotica’.

L’esordio nell’hard avviene con un prodotto molto particolare in cui, oltre a sfoggiare il tuo consueto gusto fotografico, cominci a ‘definire’ il tuo stile di ripresa per gli hard che verranno…
Andai a Budapest per girare una sigla di uno di questi programmi di moda, e lì conobbi Anita Rinaldi, all’epoca compagna di Romagnoli. Tramite Gianfranco ci furono gli approcci a questo progetto che era Planet sexxx (1993-4), che nasceva da un’idea di Anita ed era girato ‘a quattro mani’: lei si occupava delle scene hard, mentre tutti i clip di 10-15 minuti presentavano dei ‘plot’ che venivano da idee mie. Era una cosa interessante, si è raffinato non solo il mio gusto di realizzare il porno ma anche di dirigerlo, perché venendo io squisitamente dal mondo soft grazie ad Anita cominciai, in questa produzione, ad avere il giusto approccio con le sequenze hard. Planet sexxx’ fu talmente innovativo che vinse tutto quello che si poteva vincere.

Numerose in questo scorcio finale degli anni 90 sono le collaborazioni con altri registi del settore…
Si, nel frattempo c’erano queste produzioni con Schicchi – sempre film con Eva Henger. Ne ho girati diversi, ho fatto ‘Eva contro Eva’ e ‘Scacco alla regina’ ad esempio. Schicchi faceva la direzione delle parti hard, il progetto era scritto d lui, io ero più il direttore della fotografia che non il regista, il montaggio comunque alla fine lo facevo io e fornivo poi i master montati alla Rabbit di Claudio Pesci.
Il vero e proprio film più curato anche dal punto di vista della sceneggiatura è stato ‘Planet sexxx’ di cui ho fatto l’editing, progetto che poi mi ha fatto conoscere anche alla Private. A Berth Milton Jr (proprietario di maggioranza della Private, ndA) il progetto piacque molto, mii contattò tramite un suo distributore italiano e a Barcellona chiudemmo un accordo per un’esclusiva di due anni: da lì è partita la collaborazione con Private.
In quel periodo – 1997 – io collaboravo sia con Pesci che con Bandinelli – infatti ho fatto l’editing e la direzione della fotografia per molti film di Bandinelli, parliamo di ‘Mamma’, ‘Nirvanal’, ‘Anni di piombo’ (1998-99). Silvio scriveva le sceneggiature, poi le prendevamo e si andava a girare, quindi il film lo montavo io.
Altra collaborazione fu quella con Luca Damiano su ‘Don Giovanni’ (1998): dopo che lui si era occupato della sceneggiatura la fotografia la facevamo insieme, infine l’editing lo curavo io.
Ci fu anche una collaborazione con Rocco: facemmo un progetto insieme di cui curavo la fotografia – l’editing lo faceva Romagnoli con Alex Martini – si tratta di un film con degli effetti speciali, ‘www.roccofunclub.com’.

Eccoci arrivati ai primi film per Private.
Nasce ‘Sex shot’, girato nel 1999, in distribuzione dai primi mesi del 2000. C’è parecchio di ‘Planet sexxx’: sequenze molto glamour alternate ad altre hard molto forti. Come progetto lo reputo tra i migliori che ho fatto. Il film fu una produzione impegnativa dal punto di vista economico – all’epoca costò circa 80000 dollari – già una grossa produzione quindi, utilizzai molti strumenti tipo carrello e dolly. Io ero solito fare tutti i movimenti di camera della commedia (le scene narrative di raccordo, nda) mentre le sequenze hard le giravo con la camera a spalla: questa cosa mi permetteva di fare dei movimenti antesignani per l’epoca. Io ho sempre affrontato queste produzioni come delle produzioni cinematografiche: si, c’era l’hard, ma provocavo un po’ i giornalisti dell’epoca dicendo che i miei non erano film porno, bensì dei film di ‘erotismo estremo’ (i giornalisti di AVN). Questa cosa è simpatica, perché all’epoca Rocco definiva i miei film ‘soft’, mi sfotteva dicendomi ‘tu non fai porno, fai soft’. Devo dire che il suo punto di vista non era sbagliato: tutte le sequenze spinte erano sempre fotografate in maniera molto glamour, infatti.
Facemmo alcune sequenze di dolly removal (dolly remotato) in cui si monta solo la camera, che ti permette di fare delle inquadrature dall’alto – in questo senso c’è una sequenza molto bella in ‘Private Penthouse Dangerous Things’ (2000) – si tratta di una ripresa dall’alto con questa camera che stava puntata su un grande letto circolare, suggestiva dal punto di vista fotografico. La camera partiva larga e andava a stringere facendo delle rotazioni, altrettanto quando usciva dai close-up (il primo piano, ndA) e andava sul totale. Molti gli effetti speciali, insomma.
A questo proposito, ricordo che ‘Private Penthouse’ è una linea composta da 10 film, il primo ‘Call girl’ con Sylvia Saint (2000), poi ‘Fashion’ che tradiva i miei passati nel mondo della moda, poi ancora il già citato ‘Dangerous things’, una produzione molto articolata girata tra Budapest e il Brasile.

La cura registica di ‘Sex Shot’ destò molta attenzione, considerando il contesto di una produzione finalizzata a prodotti hard…
’Sex shot’ fu tutto girato a Budapest. Durante la produzione c’era un producer di Private che faceva anche le fotografie, chiamò Barcellona ed infatti venne Javier Sanchez che era allora il braccio destro di Berth Milton: non avevano mai visto una produzione fatta in quel modo, con quei mezzi tecnici. Dopo questo primo progetto ebbi carta bianca con due linee create appositamente per me: ‘Private Penthouse’ e ‘Virtualia’.

Parlando di attrici, questi film ci restituiscono il meglio della scena europea di allora. Menzioni speciali?
All’epoca la mia musa ispiratrice era Silvia Saint, poi la ceca Laura Angel, molto brava – ricordo una bella ripresa con un dolly sotto la pioggia in ’Sex shot’, ricostruimmo tutto il set in capannoni abbandonati a Budapest con delle macchine che facevano l’acqua.
Altra attrice che ricordo con piacere è l’olandese usata in ‘Fashion’, Kate More: la vediamo in una scena girata nella sauna alle terme Gellert di Budapest con Franco Roccaforte e Sophie Evans.

Silvia Saint

Il tuo stile di ripresa getta un ponte tra l’universo fashion e quello più ‘essenziale’ della ripresa porno, unendo lo stile e la classe della fotografia di moda con la forza e l’urgenza dell’hard. Approfondiamo un po’ gli aspetti tecnici della tua regia…
Avendo io lavorato nel campo della moda si avvertivano molto questi passaggi glamour: quando si arrivava all’hard era tutto basato sui movimenti di camera.
All’epoca i registi usavano le macchine a cavalletto, quindi potevi vedere un po’ sempre le stesse inquadrature statiche, un’alternanza di totale e close-up mentre io usavo movimenti di panoramiche sui corpi femminili, un discorso assolutamente innovativo.
Le sequenze porno erano così movimentate che in effetti si faceva un po’ fatica a seguirle…io cercavo nei limiti del possibile di rendere l’hard quanto più glamour possibile. Pochi i tagli, si trattava di veri e propri piano sequenza, poi ‘sporcavo’ le riprese con effetti di ralenti (detti ‘emotional’ perché il ralenti ti dà quelle emozioni che non avverti in un’immagine in scorrimento normale).
Altra cosa: i cinematografari dell’epoca facevano il cosiddetto piano d’ascolto prima del cumshot, ovvero: dopo aver fatto sequenze con camera ‘monolitica’ passavano al cumshot, e molti usavano il primo piano dell’uomo per anticipare la scena dell’eiaculazione, cosa che a me non piaceva
Quindi io, prima di arrivare al cumshot, anziché mostrare ad esempio la faccia dell’uomo sudata, facevo una specie di riepilogo visivo in b&n di quello che era accaduto (pompino, penetrazione), e solo dopo mostravo il cumshot: questo perché non mi piaceva assolutamente vedere il volto dell’uomo.
Nelle mie inquadrature le facce degli uomini non si vedono quasi mai (prendi ad esempio la pecorina: il mio totale è tagliato sul petto dell’uomo), la faccia dell’uomo non mi interessa. Con questo accorgimento cercavo di rendere lo spettatore vero protagonista della scena.
Una caratteristica presente nelle mie scene hard era l’interpellazione, ovvero lo sguardo dell’attrice diretto verso la camera: io usavo spesso la soggettiva, poi diventata il classico POV. Nel mio caso era una sorta di POV sfalsato, in quanto non era fatto dall’angolazione in cui si trovava l’attore ma era dall’angolazione in cui si trovava la camera. Non ti nascondo che molti altri videomakers mi contestavano questo sguardo verso la camera, perché non è un linguaggio che viene usato spesso nel cinema a meno che non si tratti di precise scelte registiche.

Laura Angel

Passiamo adesso ad un altro ‘concept’, che per molti versi ti vede protagonista assoluto anche in sede di sceneggiatura: ‘Virtualia’…
Gli anni più interessanti sono stati a mio parere quelli delle produzioni iniziali per la Black Label, poi la serie Private Penthouse che era molto glamour e quindi il progetto Virtualia, quello a cui sono più affezionato (2001). In questo caso abbiamo un soggetto e una sceneggiatura assolutamente originale che avevo scritto io.
Della serie ‘Virtualia’ sono stati realizzati 6 film, di cui i soggetti originali sono i primi 2 – ‘Cybersex’ e ‘Final Truth’ – poi ‘Dark side’ che era in 3 parti seguite dall’ultima parte intitolata ‘Lost in sex’, tutti ambientati in epoca futura ma con una contaminazione di abiti in stile arabo.
Una saga molto particolare che partiva dal fantasy/fantascienza per arrivare all’ultimo che era un horror. Si tratta di uno dei progetti più particolari dell’epoca, perché a differenza degli americani che al di là di nomi e copertine eclatanti presentavano poi dei filmetti, ‘Virtualia’ manteneva a tutti gli effetti le aspettative con una trama studiata bene. Sono le mie opere più particolari e originali, solo nell’ultimo c’erano dei piccoli riferimenti ad un film che uscì allora con Jennifer Lopez, ’The cell’, in cui un personaggio veniva calato nella mente di un serial killer (il riferimento è a ‘Lost in Sex’).
‘Dark side’ aveva invece un soggetto che presenta molte affinità con ’Tomb rider’.

Quanto venivano a costare film del genere, valutando tutti gli sforzi creativi e le necessità di scena?
Queste produzioni potevano arrivare a 110 – 120000 dollari per cui progetti in 2 o 3 parti potevano costare 200 – 300000 dollari…capisci bene che dopo che hai fatto queste cose con soldi veri ho preferito ritirarmi anziché realizzare dei filmetti…
Io non andavo oltre le due scene hard al giorno, quindi per girare questi film che avevano 8, 9 scene – più magari una anche per gli extra dei dvd con possibilità di cambiare l’angolazione della scena (multiangle) – si arrivava ad un mese di lavoro, mentre invece per un normale film porno ci volevano 2/3 giorni di riprese e forse 3,4,5 per montarlo.

Kate More

‘Virtualia’ è stato estremamente longevo anche dal punto di vista commerciale, giusto?
Discutendone con Sanchez nel 2006 – 7, nonostante fossero passati 5-6 anni dalla produzione, i Virtualia continuavano ad essere distribuiti mese per mese come se fossero delle novità, si era rivelata insomma una linea molto richiesta e molto riacquistata.
Unico neo di queste produzioni è che I film erano girati in SD 4:3,..in Private non volevano rischiare con il 16:9 perché ancora non c’erano i televisori che ci sono oggi. Va detto che io giravo in betacam, la mia camera poteva benissimo riprendere sia in 4:3 che in 16:9…pensa se li avessimo fatti in beta digitale in 16:9: sarebbero prodotti ad oggi attualissimi.
Il problema è che col 4:3 alcune inquadrature si perdevano…per restare nell’hard ad esempio la pecorina classica sarebbe risultata molto meglio in 16:9…

Va comunque detto che anche i film per così dire ‘minori’ di questo periodo sono caratterizzati da una cura per le situazioni e le location assolutamente impensabile oggi. Mi viene in mente ad esempio ‘In the arms of evil’…
‘In the arms of evil’ (2002) fu un altro piccolo esperimento. Io sono un amante dei generi fantasy e horror e quella era infatti una storia di vampiri, lo girammo a Budapest, in Romania – in uno dei castelli dove si diceva fosse stato il conte Dracula – e a Santo Domingo. Già parliamo di film sui 35 – 40000 dollari, che non erano tantissimi per quello che ero abituato a girare io.

Quanto poteva essere arduo per gli attori fare scene hard da te dirette?
Molti attori che usavo io all’epoca erano usati anche da Rocco. Mentre lui riprendeva la scena hard in tempo reale, nel mio caso era diverso: se l’uomo spostandosi mi impediva di far vedere bene il corpo della ragazza – che era il mio obbiettivo principale – io mi fermavo e il tutto portava ad una certa lungaggine.
Per girare le scene hard avevo bisogno di grossi professionisti che capissero quello che stavo facendo e come doveva essere fatto, era più complesso per i maschi. Infatti ho utilizzato quasi sempre David Perry o Franco Roccaforte o altri che avevano ormai capito come io lavoravo.

Cristina Bella

La percezione di Private come produzione di hard più patinato si contrapponeva al mercato americano, fortemente orientato verso prodotti più ‘radicali’. Come erano accolti i tuoi lavori da parte dei media di settore?
In Francia i set Private venivano seguiti generalmente con attenzione: ogni mese potevano uscire recensioni di almeno due miei film, perché si accavallavano le produzioni Black Label e Private Penthouse…alcuni redattori ne parlavano bene, altri invece si limitavano a definirli ‘film non per tutti’. I miei lavori venivano percepiti, come ti ho detto prima, come un po’ soft…
L’unica cosa che mi aiutava e mi permetteva di fare di testa mia è che i film avevano un grosso ritorno di vendita. Poi c’è stata la grande crisi del 2007/8, che per il porno è stata un po’ il suo ‘de profundis’…
Per quanto riguarda le testate americane c’era invece AVN che non si pronunciava più di tanto, è sempre stata un po’ di parte.
Indubbiamente Private per conquistare il mercato americano che è da sempre un po’ chiuso utilizzava grossi budget pubblicitari, ma c’è stata una certa puzza sotto il naso da parte loro. Nonostante ci siamo più volte incontrati con produttori americani, non c’è mai stato un vero e proprio lavoro. Ci fu solo un approccio negli ultimi anni con il produttore di Rocco, che però non portò a niente. C’è stato un momento in cui la Private fece una vera e propria società per penetrare il mercato americano, Private USA, per coinvolgere maggiormente i media.

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