Marina Che Volle Farsi (Porno)Star

Ho un ricordo ben preciso di Paolo Frajese. Lo rammento durante un servizio speciale del TG1 del 16 Marzo 1978, quando, a rapimento avvenuto di Aldo Moro, cercava con affanno e stupore i bossoli in prossimità delle auto della scorta dell’Onorevole, addentrandosi tra poliziotti e giornalisti per trasmettere all’Italia tutta quel frammento di una tragedia più grande di lui, di noi, dell’intero Paese. Non lo si vedeva Paolo in quel servizio, perché si trattava di un ‘instant report’ in cui l’operatore RAI seguiva Frajese con camera a spalla, e lo spettatore poteva cogliere solo lo smarrimento della voce davanti ai cadaveri degli uomini della scorta coperti dal telo d’ordinanza. E poi i bossoli, appunto. E lui, reporter solitamente composto, che ansimava ed aveva il respiro pesante e strozzato.

Facciamo un salto temporale. Sei mesi dopo, Dicembre 1978. Altro contesto, altre inquadrature. Un film stavolta, niente di drammatico. Anzi: le mani, lunghe mani affusolate su di un sinuoso corpo di donna color latte. Un corpo maturo, giunonico, intento a masturbarsi con movenze ammiccanti e lussuriose. Lei, bionda, viene ripresa da una lenta carrellata che, alternata a stacchi da altre angolazioni, indugia voyeuristicamente su quel quadro vivente di (auto)erotismo. La donna si chiama Marina, e di cognome continua a farsi chiamare Frajese, come il giornalista RAI di cui sopra. Infatti è la sua ex moglie, Marina, eletta addirittura Lady Europa l’anno precedente a Bordighera. Lei è svedese, anzi ‘LA’ svedese per eccellenza. Con Paolo il rapporto era stato un colpo di fulmine scoccato ormai 13 anni prima, in un’altra vita. E in quella vita precedente Marina e Paolo, la coppia più bella del mondo, aveva formato una famiglia con tanto di figli, due, in terra italiana. Ma qualcosa nella donna non s’era mai spento, una vocazione, un richiamo, una ‘missione’: ritagliarsi una carriera in cui apparire, mostrarsi, piacere e piacersi. Per questo la svedese flirtava da sempre col mondo della moda, in Italia s’era addirittura prestata per alcune pubblicità da carosello ma si sa, l’Italia era, in quegli anni, terra di Cinema: un cinema con la C maiuscola anche se tradotto in commedia scollacciata o filmetto disimpegnato, tanto è chiaro che, cominciando da lì, ad una bella bionda poi le occasioni non sarebbero certo mancate.

Marina e Paolo Frajese

Fu per via di queste premesse che il mondo familiare cominciò a pesare a Marina. Una foto di un quotidiano la mostrava in barca con Paolo, lui quasi invisibile, lei altera e impettita, a scrutare l’orizzonte con sguardo impavido e quel fisico statuario che non poteva fisiologicamente passare inosservato, tanto voleva esplodere e liberarsi di quei pochi indumenti da vacanza estiva al mare. Preoccupata lo era, Marina, perché il tempo non stava dalla sua parte. Nata nel 1941, l’anagrafica urlava che era tardi per avventurarsi in una carriera cinematografica: bisognava muoversi, ora o mai più. Quindi largo ai servizi fotografici ‘hot’, largo alle attenzioni dei periodici morbosetti, largo a farsi definire come ’trentenne’ o giù di lì, togliendosi una porzione d’età significativa per qualunque donna ma non per lei, pantera nordica dalle curve dolci, che pareva uscita da una storia di vichinghi di cui senz’altro non poteva che impersonare la regina.

Tutto bene, allora, anzi no. Perché la vita con Paolo finisce, e con essa se ne va il focolare domestico. Si, perché la strada per il successo, che poi successo non sarà, non trovò Marina vestita, tutt’altro: la sua disposizione al nudo su film era naturale, assoluta, naif, fin troppo spigliata e senza dubbio indomabile e irrefrenabile. In questo contesto, una scena di autoerotismo in un film da protagonista era una conquista e allo stesso tempo un fortissimo sprone a fare di più, ad andare oltre, ad azzerare quei per altro labilissimi freni inibitori che già negli anni precedenti Marina aveva dimostrato coi fatti di saper dimenticare (si veda a questo proposito la scena hard del massaccesiano ‘Emanuelle in America’, datato addirittura 1976).
Eccola dunque pronta a ‘darsi al porno’ Marina, quel porno meravigliosamente misero che caratterizzò la scena italiana dei primi anni 80. Una pornografia fatta di film con piccola ma gustosa trama, in cui il club delle attrici era ristretto a poche, pochissime ‘audaci’ figure quali Laura Levi, Sabrina Mastrolorenzi, Guya Lauri Filzi e appunto lei, Marina Frajese. O Fraiese, oppure Hedman, o Bellis. O ancora, più semplicemente, Marina: la ‘zia svedese’, la ‘ninfomane’, la ‘bambola bionda’, come recitavano i titoli di alcuni suoi film ‘hardcore’, per una filmografia a luci rosse così ricca e intensa come mai si era vista dalle nostre parti. Marina = Porno, questo ancor prima di Cicciolina, ancor prima di Moana, un’acerba Moana che si faceva chiamare Margaux allorquando divise il set con la svedese nel suo debutto pornografico, ‘Erotic Flash’. Una Marina, dunque, che ha costruito la Storia, lasciando poi che a farla fossero altre…

Senza voler addentrarsi in titoli specifici, col passare degli anni quella generazione di pionieri non belli né prestanti ma anzi alquanto sgangherati sui quali s’era andato formando il ‘porno all’amatriciana’ fu gradatamente soppiantata da un esercito di volti nuovi, più attraenti. Intorno al 1985 molte cose stavano cambiando: il porno non era più solo cinema ma s’apprestava ad essere consumato tramite supporto vhs, la natura ‘filmica’ dell’hard veniva messa in discussione in modo sempre più esplicito tramite l’accorciarsi del minutaggio dei film con l’aumento medio della durata delle scene di sesso e la diminuzione d’importanza delle trame…un nuovo ‘pornomondo’ bussava prepotentemente alla porta e imponeva un ricambio, drastico, di rappresentanti. Tutti tranne una, lei, la Marina Nazionale, che anziché lasciare rilanciò. E rilanciava sempre l’ex signora Frajese, accettando performance più estreme in cui l’occhio attento del ’seguace’ non poteva non notare un appesantimento significativo di quel suo corpo, una perdita di grazia, una stanchezza fisica che s’accompagnava, dicono le cronache ‘gossippare’ dell’epoca, ad una progressiva consunzione psicologica.

E allora ‘il cinema di Marina’ (altro suo titolo ‘cult’) diventa quasi ‘la Passione di Marina’, una donna che, superata la metà degli anni 80, ha ormai definitivamente perso l’occasione di affermarsi nel mondo dello spettacolo senza mai averla concretamente neppure accarezzata, limitandosi a piccolissimi ruoli in svariati film ‘a luci bianche’ di modesta qualità. Quindi non resta che raschiare il barile di quel mondo parallelo che lei stessa aveva contribuito a creare, ma – atroce beffa – non col giusto riconoscimento dovuto ai pionieri, non con una valorizzazione della propria figura almeno lì, in quel suo porno tanto amato o almeno voluto e difeso, nossignore: l’onore era vanto di altre, bionde come lei ma apparse nel posto giusto al momento giusto. Per la svedese non rimaneva che la polvere dunque, una polvere di stalle anziché di stelle, che si protrasse addirittura fino agli albori degli anni ’90 in episodi amatoriali tristi, desolanti e oggettivamente squallidi.

Poi ad un certo punto puff, Marina scompare. Scompare dal cinema, vista l’età è comprensibile, ma nessuno sembra avere una spiegazione. Nessuno pare accorgersene a dire la verità, perché intanto il porno sta subendo un’altra rivoluzione di fruizione con nuovi supporti e nuovi nomi, e il suo volto – stavolta stanco e invecchiato – si eclissa, con buona pace di tutti. Accennando solo ad un piccolo caso di cronaca del 1994, in base al quale il nome di Marina viene citato ne ‘Il Messaggero’ in quanto frequentatrice di un equivoco club privè del viterbese così come un’altra vecchia gloria del calibro di Karin Schubert, ecco concludersi la parabola discendente di quella che merita essere considerata la prima vera pornostar italiana, un titolo che le compete per qualità e quantità della sua produzione filmica a luci rosse. Una donna che, forse, ha tentato di vivere il suo sogno giovanile troppo tardi e nel modo sbagliato, l’unico modo che le restava per coltivare un’illusione di cui poi ha finito per restare prigioniera.

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