Bandinelli e quegli ‘Anni di Piombo’

‘Non ho rimorsi. Siamo tutti vittime della Storia’ Questa la sentenza, amaramente fatalista, che ascoltiamo al termine di ‘Anni di Piombo’, film uscito nel 1999 per la regia di Silvio Bandinelli. La materia che viene trattata nell’opera è chiara fin dal titolo, e si sviluppa in una riflessione sulle dinamiche di potere e oppressione che hanno caratterizzato un periodo storico altamente contraddittorio e a tutt’oggi (volutamente?) irrisolto della Storia del nostro Paese.
Affrontare una tematica così scottante è già cosa ardua per un film ‘normale’, non a caso di tentativi più o meno goffi ce ne sono stati tanti. Pensare poi di contestualizzare questo argomento nell’ambito di un film porno potrebbe sembrare pura utopia o tentativo quantomeno improbabile: eppure Bandinelli, che è stato regista audace e temerario nel concepire la ’sua’ pornografia, ha saputo dare vita ad una storia che, riguardata ad ormai vent’anni di distanza, non cessa di interessare, di coinvolgere, di far discutere.
La vicenda vede protagonista Ursula Cavalcanti, che all’inizio del film esce da un lungo periodo di prigionia: siamo nella contemporaneità, ma ben presto il cuore del racconto viene introdotto da Silvio tramite un flashback che ci porta, appunto, nel pieno degli anni Settanta. A quel tempo Ursula era moglie di un commissario impegnato nella lotta al terrorismo, terrorismo che l’uomo identifica in maniera generica e dozzinale col termine di ‘comunismo’ in senso lato: ecco allora che il terreno di scontro Polizia vs. Autonomia diventa una giungla dove tutte le violenze e le scorrettezze sono lecite. Violenze che ‘vengono dall’alto’, ovvero da una sfera di Potere con la ‘P’ maiuscola, quello che si palesa nei salotti bene lussuosamente arredati, laddove i destini della guerra civile vengono decisi anche a colpi di sesso. Ed è proprio il sesso ad essere tematizzato nel film come strumento di prevaricazione, vera e propria arma contundente con cui si stringono alleanze e si estorcono verità: in questo senso le scene hard vanno a rafforzare il concetto portante del film, in quanto esplicite dimostrazioni di dinamiche malate e corrotte. Per lo spettatore che decide di affrontare la visione come un ‘corpus’ unico, la fruizione dei momenti porno rivelano dunque una duplice lettura: da un lato c’è l’innegabile gradimento estetico nel vedere le performance di Ursula, Nikki Anderson, Judith Brook tra le altre, dall’altro non viene meno la consapevolezza di assistere a momenti in cui l’atto sessuale è specchio forzatamente compiacente di una logica politica a tutti gli effetti, laddove per ‘politica’ si intende tanto quella governativa che quella extraparlamentare.
In questo senso, lo sguardo di Bandinelli appare lucido e critico verso tutte le fazioni della già citata guerra civile combattuta da alcuni in comode poltrone finemente decorate, da altri in stanze fredde e disadorne con alle pareti l’immancabile poster programmatico recitante lo slogan ‘Mai più senza fucile’. Due mondi ideali ed ideologici lontanissimi ed inconciliabili nelle modalità di azione e di pensiero, uniti dall’espediente cinematografico del montaggio alternato: tramite questo escamotage apprendiamo che entrambe le parti in causa duellano riversando nel ‘fare sesso’ la loro furia corruttrice e distruttrice. In questa comune belligeranza carnale gli opposti si attraggono.

Ma Bandinelli va oltre il montaggio alternato, richiamando eredità intellettuali e cinematografiche impensabili per un hard. Mi riferisco all’incontro di commissario e moglie al seguito con l’importante politico (battezzato programmaticamente ‘Dottor Gelli’) per ottenere i favori del quale Ursula si concede, insieme ad un’affascinante ospite ‘lontana parente’ del Gelli stesso. La scena orgiastica si sviluppa di fronte alla proiezione di un filmato contenente svariate violenze perpetrate dai poliziotti ai danni dei manifestanti, durante un corteo: più il filmato si fa violento, più il sesso del politico e dei suoi ospiti si infiamma. Parlare delle scelte registiche del Godard più attivista e radicale per descrivere l’effetto straniante di una sequenza del genere mi pare appropriato, così come il chiamare in causa quel ‘montaggio parallelo’ di ejzenstejniana memoria, in cui l’incontro/scontro di immagini differenti crea come risultato un significato ‘altro’, che accomuna le due dimensioni visive. In poche parole: la violenza brutale del pestaggio nel filmino proiettato equivale alla violenza sessuale attraverso cui il politico si appropria dei corpi e delle volontà dei funzionari dello Stato.
Parlando in generale, ‘Anni di Piombo’ si pone come valido esempio di (porno)cinema d’impegno civile richiamando anche a tutte le situazioni per così dire ‘archetipe’ della lotta armata: abbiamo un abbozzo di ‘discussione politica’ tra militanti, il momento del ‘rapimento’ del familiare del rappresentante della polizia a scopo di vendetta (nel film è appunto Ursula ad essere rapita in quanto moglie del commissario: volendo trovare un corrispettivo storico si potrebbe citare il rapimento da parte delle BR di Roberto Peci, fratello del brigatista Patrizio, pentito e quindi ‘colluso’ col potere: anche lì il movente era la pura e semplice vendetta), per finire con l’accenno al ‘processo’ (proletario) a cui il terrorista carceriere di Ursula sostiene di voler sottoporre il marito di lei.
Ma alla fine è quella frase, quel vittimismo storico collettivo, a cercare una parziale pacificazione a posteriori per coloro che da quel momento storico ed umano ne sono in qualche modo usciti. Con una suggestione onirica che Bandinelli ci regala in chiusura: il ‘sogno ricorrente’ dell’ex detenuta che si immagina allontanarsi seminuda, in ralenti, lasciandosi alle spalle un’auto rossa, in fiamme (impossibile non pensare, almeno simbolicamente, alla Renault4 rossa in cui fu ritrovato il corpo di Aldo Moro).

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