Mario Salieri, Ecco Il Suo Burlesque Show

Mario, visto che il tuo ‘Burlesque Show’ si sviluppa in tre parti, comincerei chiedendoti lumi sulla prima per avere un inquadramento contestuale dell’opera. Anzitutto noto – questa è la mia impressione – che hai deciso di compiere un ulteriore passo avanti abbracciando la dimensione teatrale a tutto tondo, affiancandola a quella più prettamente cinematografica. Mi spiego meglio: se nei tuoi precedenti film il teatro era elemento trattato sempre in maniera ‘filmata’, ora la barriera viene a cadere: siamo fisicamente in teatro e i personaggi si raccontano direttamente alla camera – ovvero allo spettatore, infrangendo il tabù tutto cinematografico del ‘non guardare verso l’obiettivo’. Ti chiedo: com’è maturata la scelta di scrivere questo soggetto?
In ogni mio film desidero esplorare nuove frontiere narrative ed emozionali. Questi tentativi sono a volte manifestati con moderazione, e quindi evidenti solo al pubblico più attento, ed altre più palesemente, come nel caso di Burlesque Show. In questo film ho voluto utilizzare la tecnica del Camera-Look, tanto cara a Oliver Hardy, per ricercare la complicità dello spettatore e coinvolgerlo in modo diretto nella narrazione.

La prima parte del film – i primi 23 minuti diciamo – rappresentano una sorta di introduzione alla vicenda, illustrandoci tutto il mondo che si agita dentro al teatro in vista della preparazione del nuovo spettacolo di varietà. Ho colto tutta una serie di atmosfere in questa parte: ci sono la leggerezza e la piacevolezza del ricordo, la voglia di raccontare e raccontarsi del direttore artistico, l’emozione e l’idealismo della regista, l’ambiguità della segretaria del gestore del teatro e altro ancora…un vero microcosmo dove non mancano problematiche personali da risolvere (vedi il fidanzato geloso della star). Insomma, un ‘Polvere di Stelle’ alla Salieri. Sbaglio se dico che questo è uno dei tuoi film più complessi, con molte piccole storie dentro la vicenda portante?
Non è tra i miei film più complessi ma la vicenda portante racchiude effettivamente dei microcosmi di varia umanità.

Ogni personaggio ci parla con la sincerità della ‘persona vera’, e, secondo i canoni del teatro, ognuno riflette determinati comportamenti umani. Qui più che mai, la tua cura per lo spessore ‘morale’ dei protagonisti è di fondamentale importanza per seguire la storia. Qual è stato il testo – e quindi il personaggio – più complesso da sviluppare?
Sicuramente quello del direttore artistico, un brav’uomo costretto ad adattarsi a comportamenti meschini per sopravvivere alla crisi del teatro.

A dare solennità ed epica al tutto c’è il commento musicale di Antonello Cascone che racconta attraverso numerosi brani la colonna sonora delle varie epoche storiche evocate. Ho apprezzato la scelta di includere l’esecuzione ‘dal vivo’ delle canzoni, con la figura del musicista e del suo strumento – il pianoforte – nel set teatrale. La componente musicale del film – scelta dei brani, interazione della musica con i monologhi e via dicendo – com’è stata organizzata?
Antonello Cascone è un artista di calibro internazionale e come già detto ha lavorato con mostri sacri del calibro di Andrea Bocelli ed ha diretto la London Symphony Orchestra nell’Air Studios di Londra. Quando ha saputo che avrei girato a Napoli ha espresso la volontà di collaborare al mio film perchè da molti anni era un mio estimatore. Dopo avergli fatto leggere il copione gli ho palesato la mia idea di realizzare i sipari musicali di commento alla narrazione, e lui ha accettato con entusiasmo.

Passando alla seconda parte, quella delle prove per lo spettacolo, direi che lo stile di regia che utilizzi sui corpi di Josephine Jackson e Cristina Miller è molto ‘glamour’, a valorizzarne la carica erotica. Ecco il punto: la scelta della fotografia per queste riprese palesa la ricerca di una qualità formale che va ben oltre la scena hard – che per altro poi abbiamo. Possiamo dire che in questo tuo ultimo film il porno sia un fattore inquadrabile all’interno di una più vasta cifra stilistica erotica?
In ogni mio film il porno è un fattore inquadrabile all’interno di una più vasta cifra stilistica erotica, bisogna solo sintonizzarsi sulla giusta frequenza che a volte arriva e altre no, dipende dalla sensibilità e dal gusto dello spettatore.

A mio avviso ‘Burlesque Show’ si mostra fin da subito come un affettuoso e nostalgico omaggio ad un mondo – anzi, a vari mondi – dello spettacolo di cui si ricordano splendori passati e attuali miserie. Se concordi con questa lettura, proviamo a fare una distinzione considerando il mondo del teatro e quello del cinema: che sensazioni diverse ti dà l’assistere ad una commedia teatrale rispetto alla visione di un film? Il Mario Salieri del 2020 cosa preferisce tra le due cose?
Il teatro è un’arte che racchiude l’incognita dell’imprevisto, la complessità dello studio e al tempo stesso dell’improvvisazione e il grande fascino della rappresentazione dinanzi al pubblico, che in ogni replica è sempre diversa. Nel cinema c’è il tempo per studiare, filmare, cucire, tagliare, colorare, musicare e quindi confezionare in tutta calma e senza l’incombenza dell’immediato giudizio del pubblico. Due emozioni completamente diverse tra loro ma di eguale intensità emotiva.

Un cenno particolare vorrei farlo alle ‘voci’. E’ chiaro che in un contesto teatrale l’uso di un particolare registro vocale misurato e in qualche modo ‘espressivo’ è elemento imprescindibile per seguire gli sviluppi del racconto ed empatizzare con i personaggi. L’importanza delle voci nel teatro è simile, a mio avviso, a quella delle radio: è un elemento che arriva in maniera più diretta rispetto a quanto avviene in un film. Cosa pensi a riguardo? Nel caso di ‘Burlesque Show’ hai prestato maggior attenzione a questo accorgimento rispetto al passato, anche recente?
Certo, l’attenzione alle voci è stata particolarmente curata anche grazie alla collaborazione di Carlo Licenziato, uno dei migliori fonici di presa diretta presenti sul mercato.

Due interpretazioni che ho particolarmente apprezzato in questa prima parte sono quelle di Alberto Pagliarulo – il primo narratore nel film – e Anika Russo, presenza attoriale consueta nei tuoi ultimi lavori. Puoi dirmi qualcosa di più su questi due attori, di chiara collocazione teatrale?
Alberto Pagliarulo è una parte di storia del teatro napoletano. Ha collaborato con compagnie prestigiose tra cui quella di Peppino De Filippo ed ha trent’anni d’esperienza nel settore teatrale. Anika Russo invece è una giovane attrice secondo me molto dotata per ruoli caratteristi.

Nel messaggio che hai inserito prima dell’inizio del film leggo di un processo di post produzione che, per ovvi motivi, ha subito dei ritardi. Ci sono degli interventi che avresti apportato al risultato finale? Se si, quali erano le idee che poi non hai messo in pratica?
Inizialmente il film era molto più complesso e la sua durata totale doveva essere di circa 180′, contro i 100′ realizzati. Purtroppo proprio nel corso delle riprese, che si sono svolte tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo, iniziavano a giungere notizie del dilagare dell’epidemia che hanno costretto una chiusura anticipata della produzione.

L’edificio in cui tu ambienti la vicenda ha una sua identità, una lunga esistenza in cui si è reinventato da sala cinematografica ’normale’ a sala ‘a luci rosse’ per poi morire e rinascere come teatro. La mia domanda è inevitabile: guardando alla contemporaneità, che presente vedi e che futuro auspichi per locali come quello del tuo film, che ne hanno viste tante ma oggi più che mai si trovano a dover combattere in un’epoca dove all’assenza di cultura è andata ad abbattersi la disastrosa calamità di questi ultimi mesi?
Purtroppo il futuro che vedo non è quello che auspico. Da molti anni il teatro vive una crisi profonda cui il Covid 19 ha contribuito a dare il colpo di grazia. Non credo in una ripresa anche perchè, già prima dell’epidemia, la situazione era a dir poco tragica.

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