Lucio Massa: Un Cinema di Corpi

Prendendo in prestito il titolo di un film di Luigi Zanuso, direi che l’universo filmico proposto da Lucio Massa è un singolare ibrido ’Sublime e Perverso’. Uno spaziotempo indefinito e indeterminato, luogo della mente o recapito reale, in cui prendono forma incarnazioni di sogni, frustrazioni, desideri e immaginari estremi, provocanti e volutamente provocatori. La strategia dei film di Lucio prevede una castrazione della forma narrativa ch’è divenuta ormai chimica negli ultimi lavori, il tutto a favore della forza espressiva e rivoluzionaria concessa ad immagini ‘eccessive’, figlie di quell’oltraggio cinematografico perpetuato da certi registi eversivi del nostro cinema bis.
L’attacco estetico sferrato dalle ‘situazioni’ imbastite da Lucio – che poi non è solo attacco, celando anche un metatesto riflessivo e ragionato – si concretizza ‘nelle pieghe della carne’ di corpi (non più persone, non ancora personaggi) inseriti in contesti stilisticamente ibridi in cui il BDSM si tinge di varie sfumature e il linguaggio pornografico viene progressivamente destrutturato, perdendo l’educazione conformista che ha reso l’hard inoffensivo e totalmente asservito ad un sistema ‘di plastica’ per rivendicarne una messa in scena consapevole, libera e radicale.
Fin dal primo lavoro ’Sexual Labyrinth’ (2017) Massa prosegue e persegue un ‘elogio della follia e dell’assurdo’ che, film dopo film, si fa sempre più surreale, onirico e astratto, pur attingendo a piene mani da quella carnalità che resta l’unica verità dell’essere umano. Post porno, dunque? ‘Personalmente mi definirei come uno che cerca di fare l’anti porno – precisa Lucio – qualcosa che non ti dia necessariamente piacere. Anche se nella realtà non è detto che poi quella fantasia, quella situazione non ti rimanga impressa. In un primo momento puoi ‘respingere’ ciò che stai vedendo, in seguito quella visione può riemergere portandoti a ripensarla in altro modo’. E’ chiaro che, in questo contesto, l’occhio registico non è quello compiaciuto del pornografo.

In Labyrintho Excessuum

In ‘Sexual Labyrinth’ c’è già uno stile preciso e dei concetti espressi in modo netto e ben ponderato. La prima domanda che ti faccio è: come sei arrivato a quel risultato, guardando al tuo background?
Diciamo che sul piano spettatoriale io provengo dal cinema horror. In termini di scrittura e produzione ho poi realizzato due film, ‘Hippocampus M21th’ di Alexander Fennert e ‘Violent Shit – The Movie’ (2015) diretto da Luigi Pastore. Sulla base di queste esperienze, la mia idea era quella di fare dei film che riuscissero a trattare una forma di horror non convenzionale. Successivamente ho conosciuto Luigi Zanuso, meglio noto come Luigi Atomico, con cui ho avuto modo di realizzare ‘Oltre la Follia – Beyond the Madness’ che a tutt’oggi è il suo ultimo film porno. Seguendo tutta la produzione del film – ti parlo del periodo 2015/16 – e occupandomi nel frattempo di scrittura e produzione del cortometraggio horror queer ‘Undercover Mistress’ diretto da Giulio Ciancamerla mi sono via via reso conto che potevo iniziare a pensare a qualcosa di mio.

Di ‘Oltre la Follia’ ti sei occupato della produzione come Aborsky Produktion, giusto?
Si, ho prodotto il film e mi sono occupato di girare le scene di raccordo e l’episodio finale. In pratica la cornice del film è girata da me, tutti gli episodi ad eccezione dell’ultimo sono girati da Zanuso.

Da lì nasce dunque la volontà di approntare un tuo progetto registico…
Esatto, da lì è nato il progetto di ‘Sexual Labyrinth’ scritto da me e da una serie di persone con l’idea di omaggiare un certo tipo di cinema (il film è infatti dedicato a Joe D’Amato e al già citato Zanuso). Lì dentro convergono varie influenze di quella che è la mia formazione di spettatore: da Fulci a Cavallone, D’Amato e Rino Di Silvestro.

In questa tua preparazione che poi omaggia il mondo horror del cinema bis come si innesta il ‘fattore porno’?
Attraverso la frequentazione di Zanuso mi sono convinto a mettere insieme la parte horror con una porno che fosse però provocatoria, volta all’esplorazione di situazioni grottesche e surreali per quel gusto dell’eccesso tipico per altro della cinematografia exploitation degli anni 70 di cui stavamo parlando.

A questo aggiungerei anche un richiamo a correnti cinematografiche d’avanguardia quali dadaismo e, appunto, surrealismo…
C’è da dire che in tutti i miei film un elemento comune è quello dell’ironia, che è tra l’altro una delle mie caratteristiche principali che finisce inevitabilmente in ciò che faccio. Non prendendomi sul serio io per primo, cerco di fare delle cose sempre su questa linea, ricordando che il cinema è anzitutto intrattenimento. Questo accade soprattutto nei miei primi due film, ‘Sexual Labyrinth’ e ‘Female Touch’, in cui stavo cercando di trovare un mio equilibrio stilistico.
Con la produzione successiva e con quello che ho in mente di fare, ho intrapreso una strada leggermente diversa dai primi lavori.

In effetti tra i due titoli che hai citato e gli ultimi lavori, ‘Conscious Dream’ e ‘DegradAction’, ho notato dei cambiamenti sempre seguendo una continuità concettuale, non delle cesure nette.
Diciamo che sono partito da un territorio a me ben noto – autori e film che avevo visto – per poi forgiare un mio stile fatto di scelte più ermetiche: i volti delle persone vanno a sparire, così come i nudi, arrivando ad una spersonalizzazione in cui l’atmosfera creata viene prima dell’identità dell’attore.

L’antinarratività è una caratteristica fondante dei tuoi film, basati su situazioni in cui la potenza risiede anzitutto nella scelta delle immagini. Questo è già chiaro fin dai primi film, tuttavia direi che ‘Sexual Labyrinth’ e ‘Female Touch’ presentano una ‘vicenda’ di fondo inquadrabile a grandi linee come una trama con relativo sviluppo attraverso vari episodi. La tua produzione più recente è invece maggiormente sperimentale ed ellittica, dotata di una leggibilità anticonvenzionale…
Le microstorie proposte non hanno necessariamente un senso logico, infatti. E’ vero però che ciò che accade in Sexual Labyrinth’ parte dalla situazione iniziale della ragazza rapita con le sue fantasie, così come in ‘Female Touch’ è l’autoerotismo della ragazza nella vasca a dare il via a quella che può essere vista come una ‘trama’ costituita dalle sue fantasie.

‘Conscious Dream’ è invece un omaggio ad Hans Rolly e al concept di ‘amatorialità’ pornografica…
Si, perché racconta la sessualità di alcune persone a casa loro, sempre insistendo sulla rappresentazione di quelle che sono le loro fantasie erotiche.

…per arrivare poi a ‘DegradAction’…
…che è il film che sento più mio, un film di rottura che vuole gettarti addosso qualcosa che ti spaventi e ti metta a disagio.

Questo con la destrutturazione della forma – e del format – ‘tradizionale’ di ‘opera cinematografica’…ma andiamo per ordine. In ‘Sexual Labyrinth’ abbiamo il rapimento di una ragazza da parte di due figure mascherate, a cui segue una situazione BDSM in cui la ragazza è legata ad una croce di Sant’Andrea: da qui partono le varie microstorie, intervallate dal ritorno nel dungeon in cui si trova la ‘vittima’ con la sua carceriera che, in voce over, le introduce le varie esperienze visive basate sull’idea di ‘amore’, ‘possesso’, ‘annullamento’. La mistress vuole coinvolgere la ragazza in una dimensione di ‘servitù amorosa’ tramite la visualizzazione di momenti di forme di sessualità sospesi tra realtà e sogno, facendola innamorare di queste fantasie.
C’è in effetti una forma metacinematografica: nella prima parte del film tu vedi delle storie e non è chiaro se sono vere o se il personaggio le sta sognando. Nel mio intento la ragazza doveva essere portata dentro una certa atmosfera attraverso momenti erotici che lei inizialmente vede davvero, diventandone poi protagonista nella seconda parte. In realtà, lo spettatore non capisce se ciò che vede è reale o frutto dell’immaginazione di uno dei personaggi. Ed è questo il punto di congiunzione di tutto il mio cinema: a me non interessa svelare la natura di quello che mostro, tu non saprai mai se sta succedendo davvero o se è proiezione della fantasia di qualcuno, la traduzione in immagini di un suo desiderio.

Non sveli mai, per così dire, l’autorialità delle varie situazioni: possono essere scelte della tua coscienza registica oppure ascrivibili alla fantasia di uno dei personaggi. Tutto resta indefinito. L’unica realtà, almeno in ‘Sexual Labyrinth’, è costituita dalle brevi inquadrature ‘di raccordo’ con cui si ritorna alla situazione portante del confronto schiava/padrona.
E’ importante ricordare che nei miei film è sempre molto chiara l’autodeterminazione delle persone nel fare delle cose. Ancorchè siano estreme, non c’è nessuno che subisce ciò che si sta vedendo. Sono tutti desideri e pratiche espresse liberamente e condivise.

Altra costante ravvisabile in tutta la tua produzione è la realtà della ‘maschera’. I personaggi sono sempre coperti, occulti, spersonalizzati.
Inizialmente questa cosa è nata per l’esigenza di privacy dei personaggi. A differenza però dell’uso comune delle mascherine tipico del porno amatoriale io ho optato fin da subito per delle maschere più curate e particolari, addirittura veneziane nel primo film. All’inizio non avevo ancora maturato un immaginario di spersonalizzazione totale dell’attore, questo è venuto dopo.

Occorre dire che nei primi lavori usufruisci di un cast numeroso…
Si è trattato di film ‘veri’, con una troupe fatta con i reparti trucco, direttore della fotografia e operatori che si sono occupati di tutte le scene. Poi, sulla base di queste esperienze, ho iniziato io stesso ad occuparmi della fotografia a modo mio, eliminando la troupe e creando un’atmosfera completamente diversa sul set, molto intima, molto sospesa. Non c’è nessuno tranne me: questa cosa credo che si percepisca nel risultato finale, essendoci quell’essenzialità che mi interessa creare.

Anche ‘Female Touch’ è costruito su una serie di situazioni che vedono coinvolto un folto numero di personaggi…
Quel film ha necessitato di 20 giorni di lavorazione con vari cambi di set e l’inevitabile caos cinematografico che ne deriva.

Regista del film – come di tutta la tua produzione, del resto – appare questo nome femminile che molti siti hanno identificato come un ‘nuovo talento tedesco’, Morgana Mayer…
Questa è una cosa su cui mi sono voluto divertire. Nell’arco della sua carriera Massaccesi aveva realizzato film servendosi di moltissimi alias, dunque seguendo questa idea ho deciso che il mio nome come regista sarebbe stato un nome femminile, Morgana Mayer. Per almeno un paio d’anni non avevo detto che in realtà Morgana Mayer ero io, poi in occasione di un festival l’ho ammesso pubblicamente. Tra l’altro non ho quel tipo di ambizione per cui voglia essere riconosciuto. L’idea invece di creare un personaggio inventato mi diverte molto.

Il film – parliamo sempre di ‘Female Touch’ – si apre con una scelta radicale: abbiamo una voce over che declama in modo perentorio un brano tratto da ‘SCUM’, il manifesto politico femminista di Valerie Solanas, mentre assistiamo ad una scena di ballbusting. La vedo come una sorta di dichiarazione di intenti sul concept del film, in cui viene appunto trattata l’autodeterminazione nelle scelte erotiche e sessuali dell’universo femminile’.
Questo film nasce con lo stesso concetto che caratterizza l’Hacker Porn Festival, un evento cinematografico che organizzo a Roma già da quattro anni, che racconta un altro tipo di porno caratterizzato da una visione alternativa e trans femminista. L’idea di raccontare una storia ‘al femminile’ ha rappresentato per me una bella sfida.

La rivendicazione sessuale della donna avviene in questo film attraverso il frequente ricorso a situazioni BDSM, altra presenza ricorrente nel tuo cinema.
Si tratta di un universo che io attraverso personalmente, cercando di raccontarlo però in modo ‘destrutturato’: alla fine quello che mostro sono atmosfere, rifuggendo dal voler illustrare tutorial di una certa pratica. Sul piano visivo in realtà non ti faccio vedere nemmeno tutto. Qui sta la grande differenza della mia produzione rispetto al porno comunemente inteso: io tendo a ‘negare’ la visione totale delle cose, esattamente il contrario di ciò che avviene nel porno. Negli ultimi lavori non vedi praticamente niente di ‘hard’, preferisco creare una scena in cui poi lasciarti immaginare il resto.

In Carne Veritas

Tu in sostanza sei partito da un modo più consueto di riprendere e mostrare porno, per poi lavorare ’sottraendo’ elementi dalla messa in scena che però non perde la sua identità pornografica. Lo spettatore viene chiamato direttamente in causa per ‘completare’ con la sua fantasia quanto di esplicito e morboso si trova davanti. Prendiamo per esempio l’episodio ‘Flesh’ tratto da ‘DegradAction’: si tratta di pratiche non convenzionali con aghi e lame in chiaroscuro, mostrato attraverso una componente verde acido molto disturbante…
In questo caso specifico il principio di fondo è questo: io ti faccio vedere delle situazioni in cui delle persone hanno a che fare con la propria carne come concetto di ‘verità’. Pur mostrandoti delle cose forti, non emerge mai una sensazione di sofferenza, semmai la ricerca di un qualcosa nelle pieghe della loro stessa pelle. Pur potendo farti vedere esplicitamente anche qualcosa di più estremo, io regista scelgo per primo di non farlo per non rendere il tutto troppo ‘mostrato’, troppo chiaro e leggibile.
Per ‘DegradAction’ il mio obbiettivo era per altro quello di adottare scelte visive radicali per ‘fare paura’ sottoponendo lo spettatore a situazioni di disagio costante.

Disagio di fronte ad una visione estrema dunque, stemperato però dal fatto che, a ben vedere, la persona prova piacere nella pratica in cii è coinvolta: non c’è sofferenza né disgusto da parte dei protagonisti, che paiono anzi appagati. Questo rende appunto ‘accettabile’ e sopportabile la fruizione da parte di colui che guarda. Penso ad esempio a ‘Interiora’ (terzo episodio di ‘DegradAction’) in cui assistiamo ad una solitaria e compiaciuta degustazione scatologica priva del senso di ‘schifo’. Schifo che, per paradosso, lo spettatore avverte osservando la smorfia di disgusto di Dirce Funari nel masturbare controvoglia Joseph Dickson nel ‘Blue Movie’ di Alberto Cavallone, più che mai lupus in fabula nei discorsi che stiamo affrontando. Ecco, lì è una semplice sega a schifare lo spettatore perché la prima a esserne palesemente schifata è colei che la esegue, ovvero l’attrice…
Esatto. L’episodio ‘Interiora’ nasce dall’idea di prendere una persona che abitualmente fa quella pratica (lo scat) mettendola in una storia, un contesto completamente diverso da quello per lei consueto. Utilizzare una pratica per metterla a servizio di una storia inventata da me è una cosa che mi piace molto fare. Per essere più chiari, in questo episodio c’è un elemento fortemente anticonvenzionale: nel cinema che si occupa di scatologia, sia esso alto (penso a Pasolini) o scene di fetish estremo, c’è sempre qualcuno che viene sottomesso ed è forzato a fare qualcosa. Nel mio film invece c’è una forte autoaffermazione: la donna della scena di coprofagia agisce autonomamente seguendo la sua volontà. Il messaggio che passa è ‘io lo faccio da sola’ in un contesto che, stando alla psicoanalisi, potremmo definire di ‘regressione’: la vediamo infatti alle prese con paletta, secchiello e formine varie.

Quest’ultimo elemento rappresenta, se vogliamo, anche un contesto fortemente surreale, grottesco e straniante. E qui parliamo della citazione con cui tu omaggi ’Spell Dolce Mattatoio’, altro capolavoro di Cavallone, riproponendo un personaggio femminile disturbato che mangia l’uva sulla ciambella del water…
E’ proprio una citazione questa, attraverso inquadrature molto simili all’originale. Per quanto riguarda la masticazione dell’uva che si vede in dettaglio ho seguito un mio gusto visivo utilizzando una ripresa macro (che permette di ottenere forti effetti di ingrandimento di oggetti molto piccoli riproducendoli anche con rapporti superiori a 1:1) che mi ha permesso di ottenere inquadrature a tutto schermo che ti entrano letteralmente dentro, soprattutto se viste tramite le dimensioni di uno schermo cinematografico.

Riguardo al titolo abbiamo la fusione di una sorta di ossimoro: ‘DegradAction’ racchiude sia la ‘degradazione’ come forma di abbrutimento, di abiezione, unita però al concetto di ’azione’ come qualcosa di voluto, cercato e rivendicato. Si è attivi anche degradandosi, insomma.
In più nel film c’è anche un concetto di fondo non apertamente dichiarato, che è quello dello ‘schifo’ come unico punto di realtà e verità rimasto in una società in cui la nostra dignità è stata compromessa. Lo schifo lo vedi, lo tocchi, lo percepisci ed è dunque qualcosa di oggettivamente reale e autentico, per quanto susciti rifiuto. Con la storia del Covid, poi, tutto è diventato virtuale a scapito dell’autenticità.

Dunque lo schifo del ‘mangiare merda’ recupera anche quello che Pasolini rappresentava fuori di metafora in ‘Salò’ come risultato dell’omologazione passiva della gioventù in una società resa ‘mucchio di insignificanti e ironiche rovine’ (da ‘Abiura della Trilogia della Vita’ di P.P.Pasolini, nda)
Si, c’è sicuramente anche questa interpretazione.

Facendo un passo indietro, parliamo un po’ anche di ‘Conscious Dream’, una docufiction che segue la messa in scena di esempi di ‘vero’ erotismo di coppia in un contesto domestico, dunque privato e richiamante appunto l’amatorialità di Hans Rolly: la celebrazione della libera sessualità di queste persone che hanno deciso di mostrarsi.
In realtà io all’epoca avevo intenzione di fare un altro film, ovvero ‘Male Touch’, ovvero la versione ‘al maschile’ di quello che era stato ‘Female Touch’. In ballo c’era – e c’è ancora – anche l’idea di un erotico molto complesso, che prima o poi farò…son successe però due cose: la mia volontà di non avere più lo stress del ‘set vero’ con una troupe numerosa e l’avverarsi di una cosa che mi aveva predetto Zanuso: facendo un determinato tipo di film, diverse persone avevano iniziato a contattarmi per partecipare a quello che giravo. Tra l’altro proprio in quel periodo avevo riletto ‘Porno Vocazioni’, il libro di Michele Giordano dedicato alla storia delle persone che contattavano via lettera Hans Rolly per prendere parte ai suoi porno amatoriali. Mi è venuta dunque l’idea di realizzare una sorta di docufiction, un diario sulla sessualità delle persone che mi sono trovato a conoscere comprensivo di interviste. Le riprese le ho fatte tra il 2018 e il 2019.

Permane il format amatoriale nelle interviste – si scorgono le mani degli intervistati e il registratore senza altri dettagli fisici. Anche in questo caso emerge un approccio a questo tipo di mondo anticonvenzionale se confrontato con le normalissime interviste fatte nei (finti) amatoriali del porno ’normale’, banale trampolino di lancio per gente che, anziché nascondersi, vuole già essere personaggio. La logica di ‘Conscious Dream’ è sempre quella della ‘confessione sessuale davanti a uno schermo’, dunque permane un principio di esibizionismo da parte di persone che rimangono celate sia durante le scene di sesso – è solo il corpo ad esibirsi, non la faccia – che nelle dichiarazioni fatte dopo.
Una ipotesi di titolo in questo caso era ’Sogno Liquido’, poi diventato ‘Conscious Dream’ che mantiene comunque l’idea di un qualcosa molto fluido, un ‘sogno collettivo’ raccontato da varie persone in maniera insolita. A questo proposito devo dire di aver imparato a fare titoli ‘quasi meglio’ dei film stessi: si tratta di titoli molto accattivanti, intuitivi e volutamente internazionali per ogni contesto.

Per la tua produzione hai pensato ad un nome che omaggia Aristide Massaccesi riproponendone una sintesi dell’alias con cui il regista firmò 14 porno nel 1981. Perché dunque ‘Aborsky Produktion’?
Mi sono messo a cercare tra i vari nomi utilizzati da Massaccesi nella sua filmografia, rendendomi conto che togliendo qualche lettera da ‘Alexander Borsky’ veniva fuori un qualcosa di interessante e misterioso. Oltre all’omaggio l’ho tenuto proprio per questo effetto di mistero: l’idea che tutta la mia attività rimanga in una zona d’ombra mi affascina molto, non a caso trovi poco in giro a proposito dei miei film.

Ne deduco che il periodo di riferimento del tuo interesse per il porno riguarda la produzione degli anni 80…
Mi sono fermato alla visione del porno che si girava verso la fine degli anni ’80, quello in pellicola. Tutto il porno in digitale degli anni ’90 l’ho completamente perso, un po’ per pigrizia un po’ per scarso interesse.

Come abbiamo visto, nei tuoi film tendi ad inserire quelle che sono le tue influenze sul piano cinematografico e, più in generale, ‘ideologico’. Tra queste annoveriamo la frequente presenza dei libri di Golena Edizioni come ‘Fica Potens’ o il già citato ‘Porno Vocazioni’…
Si, la Golena Edizioni, che ha rilevato l’eredità della Malatempora, è una casa editrice che si occupa di controinformazione, di tutto ciò che rimane in qualche modo ‘ai margini’ utilizzando punti di vista ‘altri’. Questo per me è sempre fonte di interesse.

Lucio Massa ha recentemente realizzato ‘CovidObsession’, un mediometraggio in cui i corpi che costituiscono il suo soggetto di osservazione e indagine vengono immersi nell’atmosfera sospesa e irreale che ha caratterizzato il periodo quarantena causato dal Coronavirus. E’ un film in cui i piccoli gesti quotidiani diventano azioni frammentarie (e frammentate) eseguite quasi meccanicamente da mani e braccia in un contesto teso e straniante.

Per quanto riguarda ‘CovidObsession’ trovo che lo stile adottato per il montaggio è un po’ una sorta di ‘Blob’ dei mesi di quarantena, un’alternanza di flusso televisivo e intimità domestica.
Questo è un film che è stato girato ‘da remoto’: le persone che hanno partecipato mi hanno mandato i loro filmati da casa, poi io li ho montati secondo il mio gusto. Va detto comunque che i contenuti delle riprese che ho ricevuto sono stati completamente liberi, decisi da coloro che li hanno fatte a casa propria. Io ho in seguito cercato di inserire quel materiale dentro una storia.

L’Hacker Porn Festival: un Porno Etico

Questo festival annuale ti vede impegnato ormai da quattro anni nella veste di Direttore. Possiamo dire che l’hai ideato in coincidenza delle tue prime esperienze cinematografiche e registiche…
L’idea del festival è nata come reazione atta a combattere la censura. In quel periodo io stavo finalizzando la produzione di ‘Oltre la Follia’ di Zanuso, nello stesso tempo in cui Carmine Amoroso stava uscendo con il documentario ‘Porno e Libertà’. Una pagina social dedicata al documentario venne chiusa per via di una foto ritenuta non adatta – forse vi si intravedeva un capezzolo – per cui, solidarizzando con la produzione di Carmine, ebbi modo di conoscere Fran Stable, produttore associato del loro film. Approfondendo insieme il discorso relativo alla censura ci venne l’idea di mettere su un Festival che si occupasse di corpi nell’accezione post-pornografica. Da qui è nato l’Hacker Porn, la prima edizione la facemmo nell’Aprile 2017.

Oggetto di visione e analisi di questo cinema è una produzione non commerciale, che rimane spesso ai margini della rappresentazione della sessualità…
Assolutamente. Si tratta di una rassegna dedicata a sessualità alternative e spesso marginalizzate. Caratteristica portante del festival è che è totalmente autofinanziato, quindi autonomo e indipendente. E’ importante per noi mantenere un’autonomia di pensiero priva di compromessi.

In generale, le tipologie di opere presentate prevedono vari ‘format’, giusto?
I generi trattati riguardano documentari, cortometraggi e lungometraggi. Sull’onda di ciò che nasce ogni anno, si possono poi creare vari sottogeneri: ad esempio i cortometraggi d’animazione dedicati al porno, ne sono nati tantissimi negli anni. La cosa fondamentale è ricordare che parliamo di un ‘porno etico’ in cui non c’è sfruttamento dei corpi, in cui molti dei partecipanti sono anche attivisti politici, non c’è un interesse commerciale.

Da non dimenticare che l’Hacker prevede anche la presenza di performance e installazioni live, se non vado errato…
Ci sono alcuni progetti collegati, giusto. Molto importante è il ’48 Ore’: durante il festival ospitiamo un* artist* che in 48 ore gira, monta e realizza un cortometraggio. Poi abbiamo workshop e laboratori sul tema della sessualità, quindi la possibilità per alcuni performer e ospiti locali di presentare delle loro performance durante le serate.

Il ‘Caso’ Undercover Mistress

Questo cortometraggio risalente al 2016 rappresenta a mio avviso un caso unico nel panorama cinematografico italiano: si tratta infatti di un trait d’union di molteplici approcci ‘tradizionali’, per quanto estremi – il torture porn, il rape&revenge o sex&violence che dir si voglia – il tutto rivisto sotto una luce queer assolutamente innovativa ed irriverente.
‘Undercover Mistress’ l’ho prodotto e scritto, ed è stato un film che ci ha regalato molte soddisfazioni, vincendo più di dieci festival. Partendo da un mio soggetto originale, abbiamo poi fatto delle modifiche in sceneggiatura col regista Giulio Ciancamerla.

L’avvertenza iniziale – This Film Should Be Played Loud (Questo film dovrebbe essere ‘visto/ascoltato’ ad alto volume) – è un concetto che palesa l’importanza della colonna sonora di questo lavoro, avvolto da un tappeto industrial noise davvero disturbante.
Per tornare alla ‘trama’, dopo un incipit sui generis – la sequenza dell’inseguimento notturno dell’uomo ai danni della presenza femminile – andiamo poi incontro ad un effetto sorpresa che ribalta le consuetudini di ruoli e generi: la donna/vittima non si rivela tale, l’uomo/aggressore appare invece come un essere inerme e asessuato…

In questo abbiamo riproposto un concetto a me caro, quello della ‘bambola’: l’uomo appare come un vero e proprio ‘Big Jim’, un fantoccio che difatti è ‘senza palle’.

Lilli Carati, Un (Estremo) Tributo

Parliamo un attimo di Lillli Carati e di quella che sarebbe stata la sua rinascita artistica. Nel 2014 era in progetto un thriller per la regia di Luigi Pastore, grazie al quale Lilli Carati avrebbe fatto il suo ritorno in scena dopo gli hard del 1988 a cui sappiamo essere legato un periodo negativo della sua esistenza…
Era un progetto in cui avevo parte anch’io. Il soggetto del film che doveva fare, intitolato ‘La Fiaba di Dorian’, fu studiato attraverso numerose riunioni di sceneggiatura, lei era assolutamente ‘dentro’ il tema.

La Carati venne sfortunatamente a mancare nell’Ottobre 2014, e – correggimi se sbaglio – una delle scene girate per questo film poi non terminato è stata inclusa in ‘Violent Shit – The Movie’, reboot del ‘Violent Shit’ di Andreas Schnaas, alla cui scrittura e produzione hai partecipato anche tu. Com’è nata l’dea di recuperare questa scena postuma?
Ebbi io l’idea di includere nel film, che stavamo girando nel Settembre del 2015, una sorta di prologo che prevedeva la presenza del materiale girato in precedenza con la Carati collegandolo con il primo omicidio che si vede in apertura. In base a questo apportammo dei cambiamenti in corsa alla sceneggiatura.

SCHEDE DEI FILM

UNDERCOVER MISTRESS (regia di Giulio Ciancamerla, 2016, ITA, 13:16)

Durante una mostra fotografca un uomo si diverte a spaventare una ragazza fno a farla scappare in strada, nell’indifferenza generale. Continua ad inseguirla lungo vie sempre più buie ed isolate.Quando saltano i ruoli quale è il genere dominante?

PREMI
Best Horror – OutlantaCon Festival– Georgia, USA
Best Film – Liberty Massacre Part-3 – Philadelphia, USA
Audience Awards: Best Director Short Film – Mac Underground Film Festival Manaus, Brazil

ALTRE SELEZIONI UFFICIALI
11th PornFilmFestival – Berlin, Germany
6th Gender Reel – Minneapolis, USA
Asterisco Festival Internacional de Cine Lgbtq – Buenos Aires, Argentina
Muscatine Independent Film Festival – Muscatine, USA
Morce-Go Vermelho – Goiás Horror Film Festival – Goiás, Brazil
VII Fangofest – Amposta, Spain Nepa Horror Film Festival 2 – Scranton, USA
Mostra Terror-Metragem – Rio de Janeiro, Brazil
UnderGround FilmFest – Ancona, Italy
11th Trash Film Festival – Varaždin, Croatia
Broken Knuckle Film Festival 2016 – Online Festival
12 Months Film Festival (October 2016) – Online Festival

SEXUAL LABYRINTH (regia di Morgana Mayer, 2017, ITA)

TRAILER DEL FILM
Una donna misteriosa è innamorata di una ragazza che, dopo l’ennesimo rifiuto, viene rapita e condotta in una misteriosa prigione dove sperimenterà un viaggio surreale nei meandri del piacere.
Un film erotico, blasfemo e onirico che offre una visione femminile della sessualità. L’orrore della nostra società visto attraverso gli occhi della protagonista che, innamorandosi della sua padrona, si libera sessualmente e trova sé stessa.

Un omaggio appassionato al cinema di Cavallone, Fulci, Joe D’Amato e Luigi Atomico a cui il film è dedicato.

FEMALE TOUCH (regia di Morgana Mayer, 2018, ITA)

TRAILER DEL FILM
Una donna rientra a casa dopo una lunga giornata di lavoro e si prepara un bagno rilassante. Quando è dentro la vasca da bagno la donna indossa una maschera di latex nero ed inizia un’attività masturbatoria che si alterna a visioni che eccitano e turbano la donna fino a condurla all’orgasmo finale.
Un film blasfemo, onirico che offre una visione della donna originale e queer. La decadenza della società contemporanea vista attraverso la visione folle di Morgana Mayer. Un omaggio al cinema di Alberto Cavallone a cui il film è dedicato.

CONSCIOUS DREAM (regia di Morgana Mayer, 2019, ITA)

TRAILER DEL FILM
Un viaggio nel subcosciente della vita nel bel mezzo del 2018. Morgana Mayer incontra ed intervista persone che raccontano la loro sessualità presentando un universo estremo, delicato, onirico e queer. Un omaggio al cinema di Hans Rolly.

DegradAction (regia di Morgana Mayer, 2020, ITA, 30:00 approx)

TRAILER DEL FILM
Un viaggio dentro il subconscio in tre capitoli. Morgana Mayer esplora il degrado come unica forma di libertà e lotta alla società contemporanea. Rabbia, carne e deiezioni come piccoli frammenti di poesia e verità. La carne non mente. Un piccolo omaggio al cinema di Rino Di Silvestro.

CovidObsession (regia di Morgana Mayer, 2020, ITA, 30:00 approx)

TRAILER DEL FILM
Un viaggio allucinato dentro l’isolamento forzato nei giorni del corona virus. 16 persone e 4 gatti raccontati per 5 settimane. Morgana Mayer esplora il decadimento di una società completamente disgregata. I potenti “plasticosi” separati e lontani dai luoghi e dalle persone comuni. Rabbia, ossessione ed un erotismo crepuscolare come unica risposta ad una vita inaccettabile. Reclusione e morte. Solo il cinema (forse?) ci salverà.

Per concludere, ricordo che i film di Lucio Massa saranno presto disponibili per l’etichetta Home Movies/Digitmovies in esclusive edizioni deluxe.

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